Itália | Vista do Rio
Sono pochi i romanzi che squarciano il velo del tragico periodo della dittatura attraversato dal Brasile negli anni 60 e 70. “Tropicalia” (in Italia, pubblicato da Arcana/Fazi), di Carlos Calado, saggio sul movimento artistico-culturale che ha cambiato la musica brasiliana, lo fa in maniera indiretta, descrivendone gli effetti devastanti sulle vite di Caetano e Gil. Più esplicito il poco noto, e ancora non tradotto in italiano, “Corações Futuristas” di Urariano Mota; i suoi personaggi fittizi, ma ispirati ad amici realmente esistiti dell’autore, sognano, pensano, amano e muoiono negli anni di piombo della dittatura a Recife.
Nel libro di cui sto per raccontarvi, – “Vista do Rio”- non c’è una sola descrizione diretta di episodi accaduti in quegli anni, o degli effetti conclamati sulle vite di chi li ha vissuti; eppure se ne sentono le cicatrici. Sono sintomatiche le conseguenze di questo periodo sui sogni di ben due generazioni. L’autore del libro, Rodrigo Lacerda, non ne ha certo sofferto come chi all’epoca prese posizioni nette, fossero artisti, intellettuali o semplici appartenenti al proletariato (nipote del celebre giornalista Carlos Lacerda, figura politica degli anni 50-60, Lacerda è cresciuto nella gabbia dorata dell’alta società brasiliana); non si sofferma sui dettagli, sulla cronaca, sugli strascichi politici e culturali del dopo-dittatura. Ma la sensazione che resta in bocca a libro finito è un retrogusto molto particolare. Soprattutto per chi abbia respirato quell’aria in quegli anni – e io sono tra quelli.
Marco Aurelio, l’io narrante, è un giovane alla ricerca di se stesso. Lo fa cercando di ricostruire il suo passato, partendo da tre argomenti significativi: l’amicizia con Virgilio, suo coetaneo e vicino di casa; l’architettura del palazzo in cui insieme a lui ha trascorso tutta la sua infanzia e giovinezza, l’”Estrela de Ipanema” (che compare in pianta e in disegni prospettici all’interno della copertina e del libro); e ricordi frammentari della sua famiglia, una famiglia privilegiata ma affettivamente poco presente. Questi ricordi sono raccolti nella prima parte del libro, attraverso racconti della lunghezza a volte inferiore ad una pagina. Per creare l’atmosfera necessaria, Lacerda fa uso di una narrazione non lineare. La frammentazione è organizzata come i ricordi; senza un ordine preciso, a flash, stimolando ricordi e divagazioni filosofiche che si frappongono fra passato e presente e permettendo allo stesso tempo la percezione di quanto gli sta intorno. L’efficacia della narrazione è il risultato degli equilibri tra le pause, le cose non dette, e le immagini suggerite dalla sua scrittura, che si muove con sensibilità e armonia tra argomenti ed epoche diversi tra loro. Ma sotto la superficie a volte anche troppo formalmente elegante c’è qualcosa di molto più profondo. Qualcuno insinua che l’autore non l’avesse previsto, o non fosse tra i suoi obiettivi; ma tutto il libro è permeato da questo senso di incompletezza, e non si può fare a meno di pensare che lo scrittore, in una sorta di autoanalisi, porti alla luce tutti i sintomi perché sia il lettore stesso a fare la diagnosi della malattia. Sintomi da post-dittatura.
Come mi è già capitato di dire più volte da questa rubrica, la letteratura brasiliana mostra ancora alcune incertezze, che dovranno essere superate perché si affermi a livello mondiale. È vicina a questo riscatto; qualcosa manca ancora, ma ad ogni nuovo libro pubblicato, ad ogni cambiamento politico questo momento sembra avvicinarsi di più. Esiste un significativo gruppo di autori pubblicati negli ultimi dieci anni, tra cui lo stesso Lacerda, alla costante ricerca della propria voce. A volte, è vero, assistiamo ad un utilizzo voluttuario della sperimentazione, a volte la stampa inneggia esageratamente a certe pretese “nuovi talenti” della letteratura: ma non si può negare che la curiosità e lo sforzo di cercare di produrre qualcosa di al di fuori dei canoni estetici siano notevoli. Vengono spesso catalogati e inseriti in un filone, loro malgrado (come Daniel Pellizzari, che non ne può più di essere definito «scrittore della nuova generazione» ora che ha superato i 30). Comunque, il panorama si arricchisce; alcuni giovani scrittori si lanciano contro i vecchi canoni estetici e le tradizioni, altri scrittori non più pubblicati e necessari per capire i nuovi vengono ristampati; nascono nuove case editrici. E piano piano da questo caos primordiale si fa strada la nuova letteratura brasiliana, che, ne sono sicura, ci sferzerà come una ventata di aria fresca. Non si può creare senza sbagliare; è necessario prima lasciarsi andare, poi si aggiusta il tiro. Ovviamente la costruzione di questa pretesa “nicchia” è altrettanto degna di critiche dell’alienata difesa della tradizione. Ma è un segno di salute, qualcosa si sta muovendo; è la necessità di esprimere la loro nuova sfaccettata e contradditoria realtà.
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Rodrigo Lacerda
Ci sono nomi nella letteratura brasiliana che non riusciranno a concretizzarsi se continueranno a crogiolarsi nella eccessiva vanità, mentre scrittori come Milton Hatoum si accontentano di raccontare bellissime storie in maniera semplice, e vincono premi su premi. C’è molto fermento nell’ambiente letterario brasiliano; l’impressione è che la letteratura di questo paese potrà andare dove vuole, raggiungere obiettivi ambiziosi, se si smetterà di polemizzare e allo stesso tempo di autoincensarsi; è necessario però che gli scrittori brasiliani diventino più critici verso se stessi e le proprie opere, più umili, più coscienti della propria responsabilità. Un libro non dovrebbe essere scritto per l’autore e per pochi intimi amici suoi, non dovrebbe essere un esercizio di vanità; si tratta di comunicazione, in fin dei conti. Ma molti scrittori della nuova generazione non sono d’accordo con questa mia (e non solo mia) opinione; peccato, perché così si giocano la possibilità di esportare il loro pensiero e il loro stile al di fuori del pur esteso territorio brasiliano.
Rodrigo Lacerda, con ‘Vista do Rio’, da una parte sembra faticare a staccarsi da un certo tipo di esibizionismo letterario che affetta molti dei suoi contemporanei della cosiddetta “Geraçao 90″ (dal nome di un’antologia di racconti organizzata da Nelson de Oliveira, che ebbe il merito di presentare ai critici e al grande pubblico alcuni promettenti scrittori, dei quali alcuni sono rimasti promesse non mantenute, ed altri stanno faticosamente emergendo). Anche qui ritroviamo il facile tema autobiografico, la citazione erudita, la violenza gratuita (il libri si apre con una scena di puro sadismo, Virgilio che frulla un colibrì), il sesso perverso (Virgilio scopre il suo autista mentre abusa del proprio figlio adolescente e deciderà di fare altrettanto) la non linearità della narrazione. Ma il suo testo ha momenti felicissimi, profondamente metaforici. Ed esprime un’insoddisfazione, un disagio delle cui ragioni dubito che l’autore non fosse cosciente; forse non era la sua intenzione primaria mostrare il malessere conseguenza della dittatura sui giovani borghesi brasiliani. Ma, tant’è: vi riesce benissimo.
I protagonisti di “Vista do Rio” sono tre. Marco Aurelio, forse un alter ego dell’autore, un giovane cresciuto in una famiglia di intellettuali dell’alta società con ambizioni di scrittore e poeta, affettivamente frustrato (la madre, troppo devota alla sua arte e presa dalla vita mondana, abbandona lui e il padre per andare a vivere in Inghilterra con il nuovo marito inglese) e senza il coraggio di fare quello che vorrebbe veramente (il padre è uno storico, e lui finirà suo malgrado per ricalcarne le impronte); Virgilio, giovane mulatto dagli occhi verdi adottato dagli zii di Marco Aurelio, intraprendente, disinvolto e creativo, futuro regista teatrale, suo migliore amico d’infanzia, dal quale si allontanerà diventando adulto per divergenze di stili di vita; e il palazzo modernista “Estrela de Ipanema” nel quale Marco Aurelio e Virgilio hanno vissuto fino alla maggiore età, metafora di un Brasile proiettato verso il futuro ma che alla resa dei conti non è stato in grado di compiere le proprie promesse.
La copertina del libro
Virgilio è il personaggio meglio definito in tutte le sue sfaccettature; bisessuale, carismatico, creativo, cinico e colto. Marco Aurelio ne invidia l’audacia, l’originalità, il trasformismo, la capacità seduttiva, l’estremismo. Ma nella seconda parte del libro, Virgilio sarà punito per la sua promiscuità. Costretto dall’aids in un letto d’ospedale pregherà l’amico di un tempo di passare accanto a lui i suoi ultimi mesi di vita; e tuttavia non si piangerà mai addosso, il cinismo non gli verrà meno neanche nelle ultime ore. (La bellissima, sintetica copertina ritrae il virus dell’aids nel momento in cui attacca l’organismo.)
Le parti dedicate alla descrizione dell’Estrela de Ipanema possono inizialmente sembrare un po’ gratuite; ma quando, andando avanti nella lettura, ci si accorge del perché Marco Aurelio descriva dettagliatamente l’edificio, (o meglio; perché l’autore abbia deciso di affidargli questo compito) si apre uno spazio per la riflessione. Rodrigo Lacerda capta un poco dello spirito nazionalista dominante negli anni a cavallo tra il 1960 e 70, e attraverso la metafora dell’edificio futurista che va in rovina riesce, senza mai calcare la mano, a tracciare dietro la sua architettura alcuni dei possibili motivi in grado di spiegare il disincontro con quel mondo del quale i genitori avevano abbracciato l’ideologia pseudo-positivista, quel Brasile che purtroppo non esiste ancora.
Da una parte c’era stata la dittatura militare, forma retrograda di governo, al suo massimo. Dalla stessa parte, un movimento artistico che tendeva al progresso: l’architettura concretista, modernista, futurista. Due movimenti apparentemente divergenti avevano camminato fianco a fianco, mano nella mano. Il regime militare ebbe bisogno di simbolismi diversi per giustificarsi e non essere disprezzato totalmente dalla popolazione, e in questa forma di architettura intravide un modo per farlo. E trovò in quel movimento artistico – simbolo di progresso e supremazia economica – l’emblema ideale. Anche le personalità di Virgilio e Marco Aurelio sono antitetiche e complementari come la dittatura e l’architettura modernista; anche loro hanno camminato fianco a fianco, anche loro sono risultate incompatibili. Il fallimento è lì, sotto gli occhi di tutti. Come dice il portiere del palazzo, quando Marco Aurelio ci passa davanti da adulto e cerca di entrarvi e visitarlo: «Lì dentro è andato tutto a male». Tutto: il palazzo, la loro amicizia, le speranze di un Brasile migliore.
Quello che giustificava il momento politico, così ben rappresentato ideologicamente dal progetto achitettonico “Estrela de Ipanema”, quella fiducia nello sviluppo, nella civilizzazione, nell’ urbanizzazione, nel miracolo economico, generano sconforto e malessere nel narratore, un malessere comune ad una parte significativa della sua generazione. Il Brasile promesso dagli ideologi del progresso non si è concretizzato; soltanto adesso, dopo esattamente quarant’anni, la democrazia sta ricominciando a funzionare. E tutto ciò non è stato immune da conseguenze. Tutto questo immenso insieme di riflessioni è sommerso nel tessuto silenzioso del romanzo, anche se in certi punti assume più forza. È lì, per chi lo vuole captare. I suoi ricordi familiari, il suo rapporto con il padre, con la madre, alimentano questa sensazione. La crisi della madre, a cui fa accenno, il suo abbandono del tetto familiare, il rapporto col padre non vengono spiegati a fondo; spesso sono piccolezze ed episodi secondari ad essere narrati. I personaggi che lo circondano, tranne Virgilio, sono appena tratteggiati; spetta al lettore costruire il mondo in cui gravita Marco Aurelio, sulla base dei pochi dettagli, delle suggestioni, delle piste da lui suggerite. Un romanzo, si potrebbe azzardare, interattivo; l’autore lascia libero il lettore di immaginare i personaggi secondo le proprie esigenze, di comporre il proprio puzzle modellandolo secondo la propria fantasia. Ma il mosaico di emozioni suscitate in ognuno, alla fine, è simile. E questa è un’altra delle magie del libro.
Il momento più felice e simbolico del libro (e al quale si ispira il titolo dello stesso, cioè la famosta “vista su Rio”) è sicuramente l’ultimo capitolo, in cui un riluttante e ustionato dal sole Marco Aurelio accompagna un disinvolto e «ritratto-della-salute» Virgilio al suo primo volo in deltaplano. È emblematico che questo capitolo si trovi alla fine del libro, quando già sappiamo che fine farà l’intraprendente regista bisessuale dalla pelle ambrata. In uno scenario di immensa bellezza – la mitica Pedra Bonita dalla quale migliaia di audaci volatori si sono gettati sulla sottostante spiaggia di São Conrado, a volte sfracellandosi malamente al suolo, e in lontananza lo sfavillìo di Rocinha e il Cristo Redentor – Marco Aurelio, finito in mezzo a ragazzi che sembrano usciti da uno spot pubblicitario sulla giovinezza, lontani anni luce da lui, si sente inadeguato, vigliacco, fallito, diverso.
Possiamo immaginare da qualche frase (la battutina infelice con cui lui, studente di Storia, cerca di mettere su uno stesso livello Virgilio, Marco Aurelio cioè se stesso e l’istruttore di volo libero, anche lui dal nome latino) che il livello culturale di quei bronzi di Riace non sia all’altezza della loro prestanza fisica; ma nel protagonista non c’è nessun dileggio nei loro confronti, è lui a sentirsi inferiore. E quando il suo amico, come sempre nella sua vita, riesce ad alzarsi in volo e a planare su quel paesaggio meraviglioso, l’eccesso di droga, di sole e di inadeguatezza si sfogano in un vomito solitario quanto vergognoso. Non sa volare, non può volare, non potrà mai farlo; si tratti di deltaplano o del modo di affrontare la vita. A lui le ali non sono mai cresciute. E la nausea per la sua incapacità di essere felice è tutta lì, in quei conati finali ad alta quota, circondato per contrasto dal panorama più bello del mondo.